Enrico Pulsoni

Presepe Fiore

La scelta di un fiore quale attributo della figura del Bambin Gesù, mi pare sia del tutto inedita nella storia dell’arte. Sappiamo di fiori come attributi della Speranza e della Logica, di una delle sette Arti Liberali e della figura della Primavera, di uno dei cinque sensi, della dea Flora e della dea Aurora, della caducità della vita umana rappresentate dalle nature morte allegoriche, ma non ricordiamo di rose di Natale che si aprono con la loro largo biancore, di driadi luminose, di stelle alpine che suggerendo sommovimenti di terre e spessi anfratti allarghino la loro corolla e stendano i propri petali per accogliere il germoglio di una nuova vita. Eppure, proprio al centro del talamo, uno stilo-cammeo in terracotta rossa alza sul deserto circostante la Sacra Famiglia e subito, come d’incanto, sedici petali, apparentemente immobili, si stringono e si agitano a fianco della scia della cometa che indica il cammino da seguire per conoscere la verità.

L’apparizione improvvisa, è bastata perché tutto riprendesse vigore: un altro fiore ha perforato con il suo segno la terra, una foglia ha fissato la sua impronta sulla roccia, la rossa cornucopia si è dischiusa sugli uomini di buona volontà, una porta finestra si è spalancata, una treccia-catena si è spezzata, il pastore ha ripreso a sospingere la pecora, il cavallo, pronto al nitrito, ha teso la testa, l’albero della vita ha iniziato a maturare i suoi frutti, il re Mago si prepara a offrire il suo oro e l’eremita non teme il drago nella solitudine di un deserto ondulato, tutto linee verticali che convergono, a raggiera, in un centro ideale.

Una così vasta e fitta serie di personaggi e di simboli, sorti spontaneamente dalle mani di Enrico Pulsoni, poteva facilmente scivolare nel frammentario o nell’agiografico. Al contrario, con la grazia di chi lavora credendo in ciò che fa, Pulsoni risolve tutto nell’ambito della scultura, mettendo in campo quanto ha appreso in questi anni di paziente ricerca e quanto ha maturato posando gli occhi sul fregio di un tempio cretese o sulle metope di un tempio di Delfi o di Selinunte, rileggendo il frontone del tempio sull’acropoli di Atene e i rilievi votivi di Xenokrateia, le basi delle statue funerarie del Museo Nazionale e le battaglie sui sarcofagi della necropoli di Sidone, l’Altare di Pergamo e la Colonna Traiana, su fino al Barocco e ai più vicini Cambellotti e Fontana.

Secoli di storia e di impulsi esteriori vengono sintetizzati in un presepio schiettamente originale e tale da accordare gusti diversi temperandoli con gli effetti di un rilievo che, lasciando traccia di pori come di una parte viva della materia, si sviluppa solo in una minima parte in superficie, teso com’è nella modellazione e stilizzazione decorativa dei margini dei petali, lì dove la vita pulsa con un grande senso di forza.

Plastiche e rudi, mosse e tormentate, intuitive e sensuali, le figure che, con un indicazione appena affiorante del motivo cui la materia doveva riferirsi, emergono lungo il bordo dei grandi petali quasi quasi dovessero formare l’ossatura di un cornicione, hanno atteggiamenti che colgono, con l’austera intensità di un canto segreto, il senso nuovo e la rigogliosa avvincete freschezza della Natività.

Giuseppe Appella

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